Sotto la diseguaglianza stabile
MARCO LEONARDI
Il 17 marzo 2025, l’ISTAT ha pubblicato il rapporto “La redistribuzione del reddito in Italia – Anno 2024”. Analizza gli effetti delle politiche fiscali e dei trasferimenti pubblici sulla distribuzione del reddito in Italia. La valutazione delle politiche pubbliche è un grande esercizio di democrazia, onore alle tante istituzioni, anche UPB, INPS e Banca d’Italia, che da tanti anni lo praticano.
La principale evidenza del rapporto è che la disuguaglianza del reddito disponibile, misurata dall’indice di GINI, è leggermente aumentata. Passa dal 30,25% al 30,40% nel 2024.
Apriti cielo. La diseguaglianza è aumentata. Ma l’utilità della pubblicazione non è quella di mettersi a priori contro il governo, ovviamente non si tratta di un aumento significativo.
L’utilità caso mai è quella di aiutare a comporre un quadro di quel che succede nell’economia e quali sono le misure più importanti per condizionarla.
L’effetto delle misure pubbliche
Iniziamo dalla differenza tra reddito primario e reddito disponibile. Il reddito primario, che rappresenta i redditi prima dell’intervento pubblico, ha un indice di GINI del 46,48%. Dopo l’applicazione di tasse e trasferimenti, l’indice scende al 30,40%.
La prima constatazione è che le misure pubbliche hanno un grosso effetto, soprattutto al sud. Lo hanno sempre avuto. Tanto è vero che negli anni 2021 e 2022 nei due precedenti governi ma anche nel 2023 del governo Meloni, le misure di diseguaglianza sono sempre significativamente scese. Merito delle compensazioni Covid, di quelle per il costo dell’energia, della cassa integrazione Covid, dell’assegno unico familiare più di tutto. Anche il taglio delle rivalutazioni delle pensioni medio-alte ha ridotto la diseguaglianza post-tasse e trasferimenti pubblici.
Le tre misure individuate dal rapporto ISTAT
Il rapporto del 2024 è dominato da tre misure. La riforma del Reddito di Cittadinanza è anche l’unica misura originale del governo Meloni. Sia la riforma dell’IRPEF a 3 aliquote sia la decontribuzione per i redditi fino a 35 mila euro sono state riprese dall’ultima legge di bilancio del governo Draghi.
Il passaggio dal Reddito di Cittadinanza (RdC) all’Assegno di Inclusione (AdI) del governo Meloni ha peggiorato la situazione di 850.000 famiglie. Sono per lo più appartenenti alle fasce più povere. Il 75% delle famiglie ex percettrici del RdC non ha potuto accedere all’AdI a causa di requisiti più stringenti. Per chi ha mantenuto il sussidio, il sostegno economico è risultato inferiore, con una perdita media annua di 2.600 euro. Solo 100.000 famiglie hanno avuto un aumento del reddito disponibile, circa 1.200 euro in più. Quindi la riforma del RdC ha peggiorato il GINI.
Dall’altro lato le misure fiscali, come la riforma dell’IRPEF e la decontribuzione per i redditi fino a 35mila euro lordi, hanno migliorato l’indice di GINI. I redditi fino 0 a 35mila euro lordi hanno avuto vantaggi dalla decontribuzione e, soprattutto, quelli tra 15mila e 28mila dalla riforma dell’IRPEF. Questa ultima è anche la fascia di reddito più frequente in Italia. La misura statistica GINI è più sensibile. Il risultato finale è un GINI del reddito disponibile stabile nel 2024.
Il rapporto ISTAT analizza le politiche pubbliche
Ma quello che non si può vedere dal rapporto ISTAT è quello che succede sotto a questa stabilità. Perché il rapporto analizza l’effetto delle politiche pubbliche. Il Fiscal Drag non è una politica pubblica. È il frutto dell’inerzia del governo che non ha adeguato gli scaglioni e le detrazioni dell’IRPEF all’inflazione.
Come previsto da qualsiasi manuale di economia, in questi anni di alta inflazione (il 17% cumulato dal 2022 al 2024) il lavoro a reddito fisso, quindi dipendenti e pensionati, ha perso potere reale d’acquisto, circa il 6% a oggi. E in più ha pagato circa 25 miliardi di imposte non dovute, a tanto ammonta infatti il fiscal drag. I redditi bassi fino a 35mila euro sono stati compensati dalla riforma fiscale. Quelli sopra i 35mila hanno finito per pagare fino a 2000 euro di tasse in più in tre anni.
Quello che il rapporto ISTAT non coglie
Tutto questo non viene colto dal, peraltro ottimo, rapporto ISTAT. Come non viene colto, a parità di effetti sulla diseguaglianza, il deterioramento qualitativo di alcune politiche pubbliche. Una parte del RdC è stato sostituito dalla “Carta dedicata a te”, finanziata con ben 1,7 miliardi in 3 anni. È il miglior esempio di regressione delle misure contro la povertà. Si passa da una misura universale gestita da INPS a una misura sporadica gestita dal ministero dell’agricoltura (!).
Lo stanziamento avviene di anno in anno, quando ci sono un po’ di soldi da dare a Lollobrigida. L’INPS fornisce ai Comuni i nomi delle famiglie beneficiarie, che non devono usufruire di altri sussidi pubblici. Poi i Comuni informano le famiglie che possono prendere la carta acquisti da 500 euro alle Poste. Se fosse una misura per ampliare il welfare avrebbe un sistema permanente di domanda, invece è una gentile concessione una tantum.
Quindi sarà pur vero che in realtà la diseguaglianza non è aumentata. Ma a guardare sotto, non è sempre una buona notizia.
Pubblicato su Il Foglio il 25.03.25