Ilia Rubini, una grande artista
EUGENIO LOMBARDO •
Il vostro corrispondente dal Lodigiano vuole raccontarvi di un suo privilegio. Ho conosciuto e condiviso un’amicizia profonda con una grande artista, pittrice e scultrice, protagonista di un lungo periodo. I primi successi sono degli anni Sessanta del secolo scorso. Alle soglie del tempo del Covid, l’affievolirsi delle forze fisiche e gli acciacchi la costrinsero a un inesorabile oblio. La morte è sopraggiunta poche settimane addietro.
Ilia Rubini è stata un’artista, di livello internazionale, poco incline a curare tutto ciò che conduce al successo, perché solo interessata e attenta a comprendere, conoscere e vivere gli aspetti più intimi della vita. Le interessava vivere nella frugalità e nella natura, cogliere la bellezza della cose, attraversare un sentimento sino a farsene sopraffare. Non sapeva essere imprenditrice di se stessa. Le era capitato di provarci, comprendendo che anche il talento va reso redditizio. Vi aveva rinunciato, in quanto non incline, non portata, e perché d’indole generosa. La rendeva più felice che un acquirente si emozionasse davanti a una sua opera, che non vendergliela come fosse un lavoro qualunque.
Ilia Rubini era una donna di una bellezza straordinaria. Questo suo fascino esteriore, valorizzato in tratti e sembianze gitane, era nulla rispetto al suo modo di essere e di attraversare la vita.
Alla ricerca dell’animo umano
Era rimasta inizialmente molto attratta dall’ambiente rurale del Lodigiano, lei che era originaria di Milano. Aveva raffigurato il mondo contadino attraverso i cavalli, animali che, sin da bambina, suscitavano il suo stupore. Nei suoi dipinti colore terra di Siena, quei cavalli erano tratteggiati nella loro possente forza, ausilio di nerboruta potenza per chi lavorava le zolle della campagna.
Ma ciò che incuriosiva Ilia, soprattutto, era l’animo umano: gli inganni e le maschere, le finzioni e i tormenti, le verità che a tutti possono nascondersi tranne che a se stessi. Ilia Rubini guardava e dipingeva l’interiorità dei volti e delle figure che incontrava nel suo percorso. Fermava in un istante destinato all’infinità del tempo la peculiarità caratteriale da cui era stata attratta. Era consapevole che ciò che regola le relazioni umane è solo l’amore, ora incorrisposto, ora ferito, o ricco di felicità, oppure non compreso. E in quelle figure ciascun osservatore poteva vivere la proiezione di se stesso, della propria nudità davanti a un segreto non trapelato, nascosto al mondo.
Le sculture di Ilia Rubini nel mondo
Ma Ilia Rubini si riteneva soprattutto una scultrice. Aveva realizzato opere importanti. Oggi sono sparse nel mondo, volute da Istituti religiosi e da suore. Le considerava vere amiche e ne ammirava la vita di rinuncia e di preghiera. Si sentiva un’artista ricca di spiritualità. Trattava la sagoma scolpita in modo che potesse esprimere, anche nelle semplici rugose contorsioni delle mani, la sua corporeità. La sua spiritualità non era puramente mistica. Era un percorso umano, attraversato da compiaciute fragilità, su cui certe volte si crogiolava, volto a trovare un senso di pace interiore.
Ha vissuto quasi tutta la sua esistenza dentro la straordinaria cornice della Fornace di Corno Giovine. Aveva in gran parte ristrutturato questa storica struttura edile, mantenendo la originalità dell’edificio. Raccontava che quel recupero aveva significato, per lei, una scelta di rispetto per i tanti operai che vi avevano lavorato, realizzando mattoni in cotto.
È stata una donna inimitabile per talento e umanità. Era capace di stare dentro alle cose terrene, sfuggendovi e al tempo stesso raccontandole. Una grandissima artista, una bella, affascinante donna, una persona autentica. Quei suoi improvvisi, profondi e languidi lampi negli occhi svelavano tutte le possibilità del mondo.